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L’Eco di Pinocchio

on Saturday, 06 June 2026 09:16

Martedì 16 Giugno 2026, ore 18.00 - Giunti Odeon Firenze

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L’Eco di Pinocchio (2019–2026)

Le illustrazioni degli studenti del Biennio di Illustrazione dell’Accademia di Belle Arti di Firenze

Martedì 16 giugno alle ore 18.00, presso lo Spazio Giunti Odeon di Firenze, sarà inaugurata la mostra L’Eco di Pinocchio (2019–2026), un ampio percorso espositivo dedicato alle reinterpretazioni del capolavoro di Carlo Collodi realizzate dagli studenti del Biennio di Illustrazione dell’Accademia di Belle Arti di Firenze nell’ambito del corso tenuto dal professor Alessandro Baldanzi.

La mostra presenta oltre cento tavole originali tratte dai progetti editoriali sviluppati nel corso degli ultimi anni, durante i quali più di 150 studenti si sono confrontati con la straordinaria eredità narrativa di Pinocchio. Un’esperienza creativa che, in diversi casi, ha trovato anche una concreta traduzione editoriale attraverso pubblicazioni giunte alla stampa.

L’Eco di Pinocchio offre al pubblico uno sguardo ricco e sorprendente sulla vitalità dell’opera collodiana: una pluralità di linguaggi, sensibilità e visioni che testimoniano la capacità del racconto di rinnovarsi continuamente, mantenendo intatta la propria forza evocativa. Le opere esposte si distinguono per qualità tecnica, profondità interpretativa e coerenza con il testo originale, dando vita a un percorso di grande suggestione visiva ed emotiva.

In occasione dell’inaugurazione sarà inoltre presentato il catalogo della mostra, pubblicato da Giunti Editore con la compartecipazione dell’Accademia di Belle Arti di Firenze. Il volume, di 192 pagine interamente a colori, ripercorre la storia di Pinocchio capitolo dopo capitolo attraverso lo sguardo di circa 60 studenti, componendo una straordinaria galleria di immagini capace di restituire tutta l’attualità, la poesia e la forza immaginifica del celebre burattino.

La mostra e il catalogo si inseriscono nel programma delle celebrazioni dedicate al bicentenario della nascita di Carlo Collodi, rendendo omaggio a uno dei più importanti autori della cultura italiana attraverso la creatività e il talento delle nuove generazioni di illustratori.

Vi aspettiamo numerosi

 

L’Eco di pinocchio

Nel vasto e perentorio teatro della cultura, dove i classici non cessano di reincarnarsi sotto travestimenti sempre nuovi, misurarsi con "Pinocchio" equivale a introdursi in un congegno narrativo già saturo di interpretazioni, e nondimeno ancora scandalosamente disponibile a ulteriori metamorfosi. È un gesto che sfiora l’imprudenza e tuttavia la reclama: un atto che non si limita a rileggere, ma insinua, deforma, interroga. In questa zona ambigua, dove la tradizione si offre come materia da sabotare più che da custodire, l’Accademia di Belle Arti di Firenze installa il proprio dispositivo: "L’Eco di Pinocchio". Non una mostra, dunque, ma una macchina ottica e mentale, un laboratorio di visioni in cui il burattino collodiano viene dissezionato, moltiplicato, talvolta contraddetto, attraverso gli sguardi febbrili e le mani disciplinate degli studenti del Biennio di Illustrazione.

Ciò che qui si dispiega non è una semplice raccolta di immagini, ma una cronologia inquieta, un archivio in movimento che comprende l’intero arco temporale della formazione. Sette anni — che non sono una misura cronologica, ma una lenta incubazione di forme, esitazioni, scarti, illuminazioni. Il biennio, lungi dall’essere un contenitore didattico, si configura come un organismo che assimila e restituisce, che educa deformando e affina destabilizzando. In questo senso, l’esposizione assume i tratti di una dichiarazione indiretta sull’educazione artistica contemporanea: non trasmissione di saperi, ma produzione di deviazioni. E dentro questa deviazione prende forma una riflessione sul ruolo dell’immagine nell’editoria, sul suo statuto ambiguo di ornamento e rivelazione, di superficie e profondità.

Le opere selezionate — estratte da questi 7 anni, come campioni di una sostanza instabile — non documentano semplicemente un progresso, ma lo mettono in crisi. Vi si leggono esitazioni che valgono quanto le certezze, tentativi che resistono al compimento, immagini che sembrano preferire l’incompiutezza alla risoluzione. E tuttavia, proprio in questa oscillazione, si manifesta una traiettoria: ogni studente appare come impegnato in una negoziazione segreta con la propria immagine, con la propria idea di forma, con il proprio Pinocchio.

Ne deriva un palcoscenico dissonante, quasi litigioso, dove le immagini non cercano accordo ma proliferazione. Gli stili non si allineano: si urtano, si ignorano, si contraddicono. Dal figurativo più ostinato alle derive più rarefatte e concettuali, dalle iconografie riconoscibili alle dissoluzioni quasi aniconiche, ogni illustrazione sembra aprire un varco laterale nel corpo già sovraccarico del testo collodiano. Pinocchio, in questo contesto, non è più personaggio ma pretesto, non figura ma funzione: un dispositivo che consente all’immagine di interrogare se stessa.

E se si volesse individuare un centro — che pure qui sembra programmaticamente assente — lo si troverebbe forse nella resistenza al canone. Vi è, in queste opere, una sorta di insubordinazione silenziosa, una volontà di sottrarsi a ogni ortodossia dello sguardo. L’osservatore, posto di fronte a questa costellazione irrequieta, non può limitarsi a riconoscere: è costretto a negoziare, a dubitare, a costruire senso laddove il senso si sottrae. La mostra diventa così un esperimento percettivo, un dispositivo che non offre risposte ma moltiplica le domande.

"L’Eco di Pinocchio", dunque, eccede la definizione stessa di mostra: è piuttosto un testo visivo, un racconto che si scrive mentre si guarda, un poema irregolare fatto di immagini che si attraggono e si respingono. Il burattino di legno, lungi dal restare confinato nella sua favola originaria, si trasforma qui in una figura instabile, quasi un sintomo: della nostra necessità di raccontare, di deformare, di riconoscerci attraverso immagini che non ci somigliano mai del tutto. E così, attraversando questo spazio, il visitatore non contempla soltanto delle opere, ma si trova implicato in un esercizio più sottile e perturbante: quello di interrogare il proprio sguardo, e forse, nel farlo, di smarrirlo.

Alessandro Baldanzi

 

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