
LINEE DI FUGA, dal 25.06.26 al 15.07.26
inaugurazione giovedì 25 giugno ore 17:30
MAD, Murate Art District, Piazza delle Murate, Firenze
Artisti: Pietro Apicella, Sofia De Francesch, Simone D’Archivio, Elena Marcacci, Leyla Janine Martinez Valencia, Joanna Marshall-Cook, Cecilia Monti, Alessandro Musumeci, Giulia Segalla.
a cura di: Veronica Montanino, Domenico Antonio Mancini, Marina Brancato e Marco Raffaele.
La mostra Linee di fuga riunisce una serie di interventi site-specific realizzati dagli studenti della Scuola di Decorazione dell’Accademia di Belle Arti di Firenze negli spazi dell’ex carcere duro delle Murate.
L’esposizione nasce da una ricerca avviata nel 2024 intorno alla complessa stratificazione storica, simbolica e politica del luogo.
Da monastero femminile di clausura a istituzione detentiva, fino all’attuale funzione culturale, le Murate costituiscono uno spazio attraversato nel tempo da differenti forme di separazione, controllo, isolamento e disciplina del corpo. La mostra prende avvio proprio da questa ambivalenza: dalla continuità e insieme dalla distanza tra clausura volontaria e reclusione imposta, tra protezione e contenimento, tra spazio interiore e costrizione materiale. In questo contesto la cella non è assunta come semplice contenitore espositivo né come scenario da rappresentare, ma come dispositivo simbolico e materiale capace di interrogare il presente.
Le opere entrano in relazione con lo spazio del carcere, con le superfici consumate, le tracce del passaggio umano, la misura costrittiva dell’architettura e il tempo sospeso che ancora abita questi spazi. I giovani artisti costruiscono situazioni di prossimità e attrito, aprendo nelle celle spazi percettivi instabili, talvolta minimi, talvolta perturbanti.
Il titolo della mostra richiama il concetto di “linea di fuga” non come evasione romantica o liberazione risolutiva, ma come possibilità di deviazione, slittamento e disallineamento rispetto a sistemi normativi e identitari dati. In questo senso il progetto si confronta con il tema della devianza non in chiave morale o criminologica, ma come interrogazione critica del rapporto tra individuo e ordine sociale, tra libertà e controllo, tra appartenenza ed esclusione.
L’ex carcere diventa così il luogo attraverso cui riflettere sui meccanismi — spesso invisibili — che producono alterità: i processi di categorizzazione, disciplinamento e marginalizzazione attraverso cui soggetti, corpi o comportamenti vengono definiti come “altri”, anomali o eccedenti rispetto alla norma. In questo quadro, l’arte non è considerata come semplice rappresentazione del reale, ma come pratica capace di mettere in crisi linguaggi consolidati, aprire possibilità percettive e ridefinire le condizioni dello sguardo.
Molti lavori si muovono lungo una soglia tra presenza e assenza, visibilità e occultamento, immobilità e trasformazione. Emergono questioni legate all’identità, alla memoria, al corpo, alla sospensione, alla vulnerabilità e alla possibilità di immaginare forme di esistenza differenti. La relazione con lo spazio delle celle produce spesso una tensione fisica: il visitatore è chiamato a sostare ai margini, ad attraversare con cautela, a confrontarsi con ambienti saturi o impraticabili, con dettagli minimi e temporalità rallentate.
Più che occupare le celle, le opere sembrano ascoltare. Alcuni interventi agiscono per sottrazione, altri introducono elementi di disturbo, altri ancora costruiscono ambienti sospesi tra memoria storica e immaginazione simbolica. In tutti i casi emerge una riflessione sul rapporto tra interiorità e mondo esterno, tra esperienza individuale e struttura collettiva, tra desiderio di autodeterminazione e forme — materiali o invisibili — che regolano la vita dei soggetti.
Linee di fuga si configura come un attraversamento: un tentativo di abitare temporaneamente un luogo segnato dalla separazione, non per risolverne le tensioni, ma per renderle nuovamente percepibili.




